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martedì 8 dicembre 2015

Altre testimonianze della superiore civiltà dell'uomo


un esempio qualsiasi (fra milioni di esempi, non difficili da trovare, affatto nascosti, ben 'esposti' alla luce del sole...)

mercoledì 11 settembre 2013

"Overshhoot Day", esaurite risorse rinnovabili 2013


Per i prossimi quattro mesi il pianeta vivrà "a credito". In otto mesi la popolazione mondiale ha già esaurito le risorse rinnovabili del pianeta per il 2013: i prossimi quattro mesi saranno dunque vissuti "a credito"
LINK:
http://www.lastampa.it/2013/08/20/scienza/ambiente/ambiente-overshhoot-day-esaurite-risorse-rinnovabili-RvPwhDafuDI21S3yW3BX2I/pagina.html

sabato 27 ottobre 2012

Simboli di civiltà


La superiore civiltà dell'uomo conforma e adatta il paesaggio naturale alle proprie esigenze. La superiore civiltà dell'uomo crea un proprio ambiente al di là e al di sopra di quello naturale.
Ecco qualche delizioso angolino, qualche piccolo esempio capace di mostrare le divine capacità di ricreare dell'opera dell'uomo.

La superiore civiltà dell'uomo conforma e adatta il paesaggio naturale alle proprie esigenze. La superiore civiltà dell'uomo crea un proprio ambiente al di là e al di sopra di quello naturale.
Ecco qualche delizioso angolino, qualche piccolo esempio capace di mostrare le divine capacità di ricreare dell'opera dell'uomo.

Esempi di valorizzazione del territorio


La superiore civiltà dell'uomo conforma e adatta il paesaggio naturale alle proprie esigenze. La superiore civiltà dell'uomo crea un proprio ambiente al di là e al di sopra di quello naturale.
Ecco qualche delizioso angolino, qualche piccolo esempio capace di mostrare le divine capacità di ricreare dell'opera dell'uomo.


lunedì 22 ottobre 2012

Angeli delle discariche


Angeli delle discariche

di Mario Tozzi

Fino a qualche decennio fa li abbiamo gettati via senza pietà. E senza domandarci dove sarebbero andati a finire. Fino a che non hanno cominciato a rigurgitare fuori dalle buche in cui speravamo di averli seppelliti per sempre. Ma alle volte ritornano, e abbiamo così rischiato di vederci sommersi da tonnellate di rifiuti di ogni tipo, compresi quelli tossici e pericolosi. Allora abbiamo cominciato a recuperare quello che era possibile e abbiamo visto che conveniva: vetro, carta, legno,plastica, metallo trovavano una seconda vita. Ma faremo in tempo per evitare che l'intero pianeta diventi un enorme pattu- miera? ln Andalusia, dove il fotografo Jasper Doest ha scattato questa immagine, le discariche hanno ormai drasticamente influenzato il comportamento delle cico- gne, che hanno sostituito la loro dieta a base di rane, insetti e piccoli roditori, con i rifiuti, ingoiano o portano ai loro pulcini anche gomma, materie plastiche e scarti tossici letali. Unico vivente sulla Terra, l'uomo non ricicla i rifiuti che produce e fabbrica materiali che il sistema naturale non riesce a rielaborare. Per questa ragione sono nate le discariche che, in alcune parti del mondo povero, stanno diventando luoghi abitati come se fossero città. Come a Lupang Pangako (letteralmente "terra promessa"), di Manila, una vera e propria collina di immondizia, prodotta da 4.500 tonnellate al giorno di rifiuti, su cui mangiano, dormono e si amano gli 80.000 abitanti del luogo. L'immondizia è lo specchio della nostra società e i rifiuti ci fanno capire chi siamo.

martedì 4 ottobre 2011

Tra le mangrovie soffocate dal petrolio ecco come muore il Delta del Niger


PORT HARCOURT (Nigeria). La linea nera sull´orizzonte separa la vita dalla morte. Sopra, i rami ancora verdi delle mangrovie cercano respiro verso il cielo nigeriano, plumbeo e carico nella stagione delle piogge. Sotto, l´immagine si duplica come in uno specchio, svelato solo da un´increspatura iridescente. Fra il mondo vero e il riflesso, la bassa marea rivela la malattia del Delta più vasto d´Africa: le piante sono soffocate da una patina untuosa. Questo tratto del Niger, nel Rivers State, davanti a Bodo City, è morto, strangolato dal petrolio. Chief Saint Emmah, consigliere cittadino, scuote la testa e indica la distesa oleosa: «C´erano muggini, sardine, barracuda, tilapie... davano da mangiare all´intera comunità, 45 mila pescatori. Sono spariti completamente. Le mangrovie fornivano foglie medicinali, sostegni per i tetti, legna da ardere. Ora marciscono». Otto miglia quadrate di acquitrino sono diventate un panorama immoto, dopo che fra il 2008 e il 2009 un impianto Shell ha riversato nel Niger una robusta quantità di greggio. Quanto, non si sa. Una perdita piccola, dice l´azienda. Ma è durata a lungo. E la piattaforma Shell in Alaska ha perso centomila barili in 7 minuti... », aggiunge il consigliere. Poco più avanti, un ramo del fiume si ferma in territorio della comunità Goi. Qui correnti e maree hanno portato le fuoruscite di due diverse perdite della conduttura Shell Transniger, una del 2004, l´altra nel 2008. L´odore di petrolio è soffocante, il silenzio degli uccelli è surreale, c´è solo qualche cornacchia che passa ben alta. L´unica forma di vita animale sono le libellule, in volo senza posarsi su quella che solo da lontano sembra acqua. Dei vecchi pescatori resta Godspower Davo, che ha 42 anni, ne dimostra venti di più, e pesca da quando ne aveva undici. Mostra la rete, ormai nera. «Ora devo lavorare nei campi, come bracciante. Per mettere a tavola un pesce devo andare lontano, spingere la barca per due ore con la pertica, e arrivare in una zona un po´ meno inquinata. Che faccio se non trovo niente? Prego Dio, perché il giorno dopo la terra mi dia da sfamare la mia famiglia». La morsa dell´inquinamento ha stravolto l´intero ecosistema e imposto gravi difficoltà alle comunità del Delta. Qui fra acqua contaminata e aria irrespirabile l´aspettativa di vita è persino più modesta di quella, già bassa, della Nigeria: chi nasce vicino al fiume può contare su un´esistenza di 41 anni, livello a cui l´umanità arrivava prima della rivoluzione industriale. Persino le abitudini alimentari sono cambiate: a Port Harcourt chi può mangia la carne, spesso più economica del pesce. E nei ristoranti di quella che era una regione pescosissima si serve stoccafisso norvegese. L´impressione più sconvolgente, però, oltre al danno ambientale, è la proporzione fra i disastri e i ricavi delle multinazionali petrolifere. Perché a distruggere il Delta non sono catastrofi o incidenti imprevedibili: sono tubature marce, impianti realizzati al risparmio, tecnologie obsolete di estrazione. In una parola sola: l´arroganza di chi ha concordato le regole del gioco con una dittatura, trascurando ogni considerazione per la gente. E a giudicare dalle denunce delle organizzazioni nigeriane di base, le sorelle del petrolio non sembrano avere alcuna intenzione di ripensare il loro approccio, nonostante persino la prudente agenzia dell´Onu per l´Ambiente abbia chiesto nuove procedure e pulizia dei danni esistenti. Se in testa alle denunce c´è la britannica Shell, che estrae quasi la metà del petrolio nigeriano, anche all´italiana Eni vengono rimproverate le perdite e l´uso del gas flaring, una pratica inquinante vietata dalle norme nigeriane. Il procedimento consiste nel dare alle fiamme il gas che nei giacimenti è associato con il petrolio, per risparmiarsi i costosi impianti che lo riciclano: è il tipico pennacchio di fiamme che sovrasta i pozzi, spargendo fumi e calore. L´azienda italiana respinge le accuse: «Noi non facciamo gas flaring, anzi, ricicliamo il gas per produrre energia elettrica. E le comunità locali ci apprezzano, anche perché i nostri ospedali sono sempre aperti a tutti i nigeriani», dice il portavoce Gianni Di Giovanni. Ma a Ebocha, sullo stabilimento con il cane a sei zampe tre "bocche" sono accese, notte e giorno. «Qui la terra non è più fertile, bisogna seminare quattro volte per raccogliere», racconta Afam Mbas, che vive poco sotto le ciminiere e lamenta difficoltà respiratorie. I corsi d´acqua sono inquinati, persino i tetti soffrono: «Dobbiamo sostituirli ogni tre-quattro anni, le piogge acide li distruggono», dice Elda Dandy del locale Cross Community Network. Intorno all´impianto dell´Eni, guardie di sicurezza "informali" controllano chi passa, affiancando i posti di blocco della polizia. L´intera regione è sorvegliata in modo strettissimo: oltre alla polizia, numerosi checkpoint sono gestiti direttamente dai soldati. Ancora più impressionante è la "militarizzazione" nella zona di Egi, dove la sede della Total sembra una caserma di Kabul, circondata da un muro doppio, con torrette simili a quelle di un carcere di massima sorveglianza. Il filo spinato sopra il muro interno, giurano i locali, è percorso da corrente elettrica. Le misure di sicurezza sono elevatissime, anche se la rivolta armata contro le aziende petrolifere sembra un ricordo del passato, e i sequestri sono ormai rari. Ma l´opposizione allo sfruttamento cambia faccia, è diventata politica, si affida alle organizzazioni di base più che ai kalashnikov. Lavora per proporre soluzioni alternative: la Environmental Rights Action punta a fermare le nuove prospezioni con lo slogan: "Lasciate il petrolio nel sottosuolo". Per Mike Karikpo, portavoce dell´associazione, non è un´utopia: «Se l´estrazione minaccia la vita delle comunità, allora va messa in dubbio. Per noi è pura e semplice questione di sopravvivenza». Ma in questi giorni sta partendo anche l´offensiva legale: Femi Falana, ex difensore di Ken Saro-Wiwa e avvocato più rispettato dell´intera Nigeria, a sua volta ripetutamente incarcerato, ha accettato di rappresentare le organizzazioni del Delta. E annuncia: «Useremo tutte le strade possibili, soprattutto in sedi estere: vertenze contro la Banca Mondiale, cause civili all´estero contro le aziende, denunce penali contro i dirigenti. Voglio portare i direttori delle imprese petrolifere davanti al Tribunale penale internazionale dell´Aja. D´altronde, strappare la terra, inquinare l´acqua potabile, distruggere l´ambiente e impedire la sopravvivenza, che cos´è, se non un crimine contro l´umanità?».
da "La Repubblica" di Domenica 2 Ottobre 2011, Sez. Mondo, Il reportage, pg 17 (edizione cartacea)
LINKS:
www.nigerdeltacongress.com
http://allafrica.com
Il testo compare anche sul sito "Diritti Globali", stesso titolo: "Tra le mangrovie...ecco come muore il Delta del Niger"

martedì 28 settembre 2010

Il Savena immerso nei rifiuti

Ho mostrato un pochino dell'immensa discarica in cui viene trasformato continuamente il fiume Reno; ricordando inoltre che buona parte di questi rifiuti finiranno per avvelenare il mare, una parte si degraderà in terra, ma tutto comunque contribuisce ad avvelenare sempre la biosfera, l'ambiente della vita.

Purtroppo questo destino è condiviso da tutti gli ambienti d'acqua. Ogni corso d'acqua, ogni specchio, ogni braccio di mare è trattato alla stregua di una discarica senza fondo.



Ho documentato, in piccolissima parte, il degrado del torrente Savena, presso Bologna, al confine fra San Lazzaro e la città di Bologna, proprio nella zona del bel Parco dei Cedri.











mercoledì 18 agosto 2010

Siamo in bancarotta verso il pianeta Terra

La Terra va in riserva, finite le risorse naturali

Oggi su La Repubblica, articolo di Antonio Cianciullo:
Tra pochi giorni, il 21 agosto, ci saremo giocati tutto il capitale che il pianeta ha messo a disposizione. Avremo utilizzato l'acqua che si ricarica spontaneamente nelle falde, l'erba che i pascoli producono, i pesci del mare e dei laghi, i raccolti delle terre fertili, il frutto dei boschi.
E, nello stesso tempo, avremo esaurito lo spazio utile per stipare i nostri rifiuti, a cominciare dai gas serra che stanno scatenando il caos climatico.

Questa è la notizia nella sua crudezza e nudità. E l'articolista prosegue:
Dal 22 agosto si dovrebbe dichiarare la bancarotta ecologica della specie umana.
Ma visto che fermarsi è impossibile e le alternative restano nel cassetto, risolveremo il problema girando le cambiali ai nostri nipoti: sposteremo il problema nel futuro.




Quest'anno ci siamo giunti un mese prima dell'anno scorso, e l'anno scorso un mese prima dell'anno precedente...di questo passo



Risorse rinnovabili esaurite, la Terra entra in riserva

Da domani la Terra è in rosso
"Le risorse dell'anno esaurite"




vedi anche:

"Ambiente a rischio bancarotta" (La Repubblica,2005)


Il titolo di questo post riprende intenzionalmente quello di uno precedente che pubblicai su Splinder nel 2008 a commento dell'articolo su repubblica:

Settembre 2008: siamo in bancarotta verso il pianeta Terra

mercoledì 7 luglio 2010

I rifiuti degli uomini

Gli uomini sono gli unici animali in grado di fabbricare materiali che il pianeta Terra non riesce a riciclare naturalmente nei suoi moti bio-geologici. Nessun animale è mai stato in grado di fare qualcosa di simile in oltre tre miliardi di anni di evoluzione, ma non sembra sia stato un buon risultato per gli uomini, sommersi come sono da montagne di immondizia (soprattutto di plastica), né per gli altri animali, soffocati o avvelenati come i capodogli o le migliaia di tartarughe che ingeriscono sacchetti di plastica alla deriva scambiandoli per meduse, o gli uccelli marini strozzati da filamenti infiniti di plastica.
Nessun luogo al mondo è immune dalla immondizia degli uomini moderni. Una ricerca britannica condotta su alcune isole deserte, a circa 9mila km a oriente dell'Australia, in mezzo all'oceano Pacifico, ha messo in luce che la piccola isola deserta di Ducie (circa 4 km2) era invasa da quasi mille oggetti di varia foggia e natura; di quasi 300 oggetti di plastica non è stato possibile identificare la funzione o il ruolo. Ogni anno sul pianeta Terra sono utilizzati (o, meglio, consumati) centinaia di miliardi di sacchetti di plastica monouso, che, se va bene, vengono gettati o abbandonati dopo mezz'ora dal loro acquisto. Solo in Europa sono 100 miliardi all'anno, con l'Italia ben in testa a ogni graduatoria con circa 20 miliardi. Eppure gli italiani sono gli ultimi a recepire la normativa europea che vorrebbe i sacchetti monouso fuori legge entro il gennaio 2010: per distinguerci abbiamo già rimandato la nostra decisione al 2011, senza ancora impegnarci. Le alternative ci sarebbero, addirittura autarchiche, visto che una delle maggiori industrie che fabbricano plastica riciclabile in amido di mais risiede a Novara. Quanto durano gli oggetti prima di scomparire? Quanto dura un avanzo di cibo (che consideriamo bio-degradabile)? In mare un torsolo di mela si deteriora in un paio di mesi, ma a terra resiste fino a sei, così come un quotidiano o una rivista, che può durare quasi un mese e mezzo contro i dieci mesi a terra. Una lattina di alluminio resiste per uno o due secoli, mentre una sigaretta può reggere circa un anno in mare e due a terra; niente rispetto a una bottiglia di plastica, che dura mezzo millennio in mare e quasi il doppio a terra. Il massimo è però raggiunto dai contenitori di vetro che - in mare o per terra non fa differenza - hanno un tempo di residenza in pratica infinito, cioè non si deteriorano mai.
Il problema è che tutti questi elementi non sono infiniti e anche di bauxite - l'ossido da cui proviene il metallo - non ci sono riserve per sempre, dunque con cosa costruiremo gli aeroplani o le pentole nel futuro, se l'alluminio prima o poi finirà? L'unico modo è di utilizzare quello già impiegato in precedenza: per ottenere 1 kg di alluminio per questa via ci vogliono solo 2mila kilocalorie, quindi, rispetto a 1 kg prodotto direttamente dalla bauxite (per cui ce ne vogliono 48mila), si risparmiano 46mila kilocalorie. O, se volete, ci vogliono 13-14 kWh per 1 kg di alluminio "nuovo" contro meno di un kWh per quello "di seconda mano", cioè riciclato, naturalmente a parità di prestazioni. Se si raddoppia la vita media di un prodotto, automaticamente si dimezzano i consumi di energia, i rifiuti, l'inquinamento e l'esaurimento delle materie prime.
Ma cosa buttiamo ogni anno noi italiani nel cassonetto delle spazzatura ? Prima di tutto materia organica - la cosiddetta "frazione umida" - che copre circa il 30% del complesso dei rifiuti solidi urbani (RSU), cioè resti di frutta e verdura, avanzi di cibo, ossa, bucce e quant'altro. Al secondo posto c'è la carta (28%), poi la plastica (16%), il legno e i tessuti (4%), il vetro (8%) e i metalli (4%), insieme agli altri rifiuti che compongono la "frazione secca". Due motivi per riciclare la frazione umida: primo, perché contaminano tutto il resto impedendone il recupero. Secondo, perché se non allontanassimo tutta quella massa di potenziali nutrienti organici dal ciclo naturale (confinandoli in discarica), come invece facciamo costantemente, potremo fare a meno delle 23 milioni e mezzo di tonnellate di fertilizzanti chimici gettati ogni anno nelle nostre campagne. ■

da Newton n° 4, Giugno 2010
articolo di Mario Tozzi,
geologo e primo ricercatore al CNR

venerdì 11 giugno 2010

Il fiume Reno soffocato dai rifiuti- Altre foto e nota sugli scatti

Le foto di questo reportage sono state prese nel Marzo di quest'anno a Bologna, sul fiume Reno, nel tratto compreso fra i ponti ferroviari, con il raddoppio dell'alta velocità, e il ponte della tangenziale J.F. Kennedy.


Queste foto appartengono alle ultime foto scattate con la Nikon D 60 rimaste ancora in mio possesso. Infatti il mese successivo, Aprile 2010, unitamente al furto della mia Nikon mi sono state sottratte oltre un migliaio di fotografie scattate fra la fine di marzo e il giorno 15 aprile. Fra di esse anche parecchie decine, forse un centinaio, di altre immagini del degrado del fiume.
Aggiungo queste informazioni perché per me evidenziano una doppia degradazione: da una parte quella dell'ambiente, dall'altra quello della società e dei rapporti umani.




martedì 8 giugno 2010

Le volpi sono di troppo, non gli umani

E' ovvio, le volpi devono essere sterminate, o quantomeno tenute sotto controllo; gli uomini no, loro hanno tutti i diritti!

Leggo stamattina su "La Repubblica" che a Londra, la città più grande d'Europa (e anche, pare, una delle metropoli più verdi d'Europa) una volpe è penetrata in una casa, dalla porta posteriore lasciata aperta a causa del caldo, ed ha assalito due bimbe di nove mesi nella culla, causando loro gravi ferite.
Secondo una stima a Londra ci sono 20 000 volpi. D'altronde gli umani sono, secondo il censimento del 2001, oltre 7 500 000, e l'impatto sull'ambiente e le esigenze di tale popolazione sono di certo enormemente superiori a quelle delle volpi.
La protezione animali afferma che gli assalti contro esseri umani nei centri abitati sono rarissimi (si citano un paio di precedenti). Ora, dopo "lo spaventoso attacco che ha dilaniato le due gemelle" nei cortili sono comparse le trappole: una volpe è già stata catturata ed uccisa. La polizia raccomanda di chiudere le porte. Altri pensano a ripristinare la caccia alla volpe col metodo "classico" che i conservatori amano tanto (infatti il neo-eletto primo ministro David Cameron si è impegnato ad abolire il bando): con questo sistema si usano i cani per stanare, e anche sbranare le piccole volpi.

Ma proprio a nessuno viene il dubbio che anche le volpi, come gli altri animali, abbiano i loro sacrosanti diritti di natura?




lunedì 7 giugno 2010

Il Reno soffocato dai rifiuti - Note






Le foto del presente reportage sul degrado del fiume Reno (i post dal 1/06/2010 al 7/06/2010, escluso quello del 4/06 2010) risalgono al marzo scorso: precisamente sono state prese principalmente il giorno 2 Marzo 2010



I fiumi trascinano a valle una mole impressionante di rifiuti velenosi; questi appartengono essenzialmente a due categorie, una è quella dei rifiuti liquidi o invisibili, l'altra è quella dei macrorifiuti, oggetti e quindi facilmente visibili.
-a) i rifiuti chimici generalmente liquidi e spesso invisibili sono certamente i più pericolosi e quelli che più facilmente sfuggono alla nostra attenzione. L'unica difesa e l'unico modo di tenere monitorata la situazione sono frequenti analisi chimiche dello stato dell'acqua.
-b) i rifiuti macroscopici comprendono innumerevoli oggetti che l'uomo getta con noncuranza e che finisce per intasare gli alvei dei fiumi o finisce in mare. Di questa categoria i rifiuti più diffusi e generalmente anche i più inquinanti sono gli oggetti in plastica, borsine incluse: trascinati dalla forza dell'acqua si impigliano fra i rami delle rive, finendo sepolti fra la terra e le radici delle piante; una percentuale finisce in mare contribuendo così a trasformare gli oceani in una immensa discarica velenosa che presto non potrà più essere purificata e e resa inoffensiva dal pur grandissimo potere rigenerante della natura.

venerdì 4 giugno 2010

Ecco la grandezza dell'Uomo: Gli Oceani, la Grande Discarica

Gli Oceani ricoprono una superficie immensa, 2/3 del pianeta. Eppure la loro disponibilità non è infinita, stiamo velocemente distruggendo il loro immenso tesoro di biodiversità: il patrimonio ittico con la pesca industriale e metodi assolutamente distruttivi; le barriere coralline con i veleni immessi nell'ambiente e a causa dell'aumento di CO2; altri veleni portano all'eutrofizzazione di immense aree che si trasformano in zone morte.
Il fatto è che consideriamo il mare come un pozzo senza fondo in cui gettare senza alcun ritegno qualsiasi tipo di rifiuti: una conseguenza macroscopicamente evidente e impressionante di questa nostra pratica insensata e insostenibile è la neo formazione in atto di una sorta di nuovo Continente di Plastica.

Pacific Trash Vortex

Lo chiamano Oceanic garbage patch oppure Pacific Trash Vortex, ed è esattamente un vortice di spazzatura nell'Oceano Pacifico. Questo vortice sta gradualmente creando un sesto continente fatto di rifiuti tossici degradati. Questa vergognosa Opera dell'Uomo si trova in mezzo all' oceano più vasto, l'Oceano Pacifico, e si estende grosso modo dalle Hawaii al Giappone, comprendendo un area grande due volte la superficie degli Stati Uniti, che si ingrandisce ogni anno di più. Questa colossale area tossica (che ha un diametro di 2500 km ed è profonda 30 mt.)è come un brodo plastico o una zuppa traslucida sospesa nell’acqua. E' come se fosse un'immensa isola galleggiante nel mezzo dell'Oceano Pacifico, composta da spazzatura anziché rocce. Questa incredibile e poco conosciuta discarica si è realmente formata a partire dagli anni Cinquanta, in seguito all'esistenza di una lenta corrente oceanica che, muovendosi in senso orario a spirale, ha determinato l’accumulo dei materiali abbandonati. A causa di questo vortice l'area si è riempita di plastica al punto da essere considerata una vera e propria isola galleggiante.
All’origine questi rifiuti erano spontaneamente sottoposti a biodegradazione, ma questo lento processo non è in grado di smaltirne la quantità in eccesso. La plastica invece di essere foto-degradata si disintegra in pezzi sempre più piccoli, che mantengono la caratteristica polimerica anche quando raggiungono le dimensioni di una molecola, la cui ulteriore assimilazione risulta molto difficile.
Il galleggiamento di tali particelle, che apparentemente assomigliano a zoo plancton, inganna i molluschi che se ne cibano, e che finiscono nella catena alimentare.

Articolo su "The Indipendent"

Articoli sullo stato di salute del mare:
La vita scompare,
l'oceano diventa un deserto